Alessandro Rossi su ThinkBio

Scoperto il batterio mangia-plastica

Post Title

L'accumulo di rifiuti a base di PET sta diventando un problema sempre più grave, un batterio recentemente scoperto potrebbe rappresentare una soluzione.

Il PET - polietilene tereftalato - è il principale costituente usato nella produzione di bottiglie ed altri materiali di plastica. Le plastiche sono molto diffuse nel settore degli imballaggi e considerate insostituibili grazie alla loro leggerezza e sicurezza Delle circa 50 milioni di tonnellate di PET prodotte ogni anno, almeno l'85% sfugge ai processi di riciclaggio, accumulandosi nell'ambiente, specialmente quello marino. Secondo alcune stime, se non interverranno soluzioni concrete, la quantità di rifiuti derivati dalla plastica presenti nei mari si decuplicherà entro il 2025. A destare particolare preoccupazione è il fatto che - secondo uno studio condotto dagli scienziati del Finnish Environment Institute - le plastiche presenti negli oceani, spezzettate dagli agenti atmosferici in particelle micrometriche, vengono ingerite dal plancton dal quale, poi, si diffondono al resto dell'ecosistema.
Una speranza nel riciclo del PET deriva da un batterio recentemente scoperto dallo studioso Shosuke Yoshida, del Kyoto Institute of Technology, e colleghi di altri istituti giapponesi. Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista Science, Yoshida e colleghi hanno raccolto 250 campioni di detriti di polietilene tereftalato, trovando su uno di essi il batterio Ideonella sakaiensis.
Il batterio, grazie all'azione di due enzimi, è in grado di idrolizzare le catene polimeriche a base di carbonio che costituiscono il materiale e decomporlo nei suoi costituenti primari, innocui per l'ambiente. Infatti quando il batterio aderisce al PET secerne il primo enzima, denominato PETasi, che scinde il materiale in monomeri, ossia le unità costituenti della catena polimerica. I frammenti vengono poi assorbiti dalle cellule batteriche e idrolizzati da un secondo enzima, detto MHETasi, che li degrada in glicole polietilenico e acido tereftalico.
La scoperta potrebbe avere importanti applicazioni nei campi del riciclo, dello smaltimento e del riutilizzo di rifiuti, ma non è ancora esente da limiti. Infatti la plastica contiene spesso degli additivi tossici, che potrebbero essere rilasciati piú facilmente nell'ambiente in seguito alla degradazione dei polimeri. Secondo il forum economico mondiale (WEF) si stima che i 150 milioni di tonnellate di plastica che attualmente inquinano i nostri mari contengono circa 23 milioni di tonnellate di additivi. Inoltre, una colonia di batteri riesce a degradare un sottile film di PET in maniera quasi completa in un tempo relativamente lungo: 6 settimane, alla temperatura costante di 30°C .
Al primo problema si potrebbe ovviare raccogliendo ed immagazzinando la plastica in bioreattori prima di trattarla con i batteri. Per il secondo problema non esiste ancora una soluzione concreta, anche se la precisione e l'efficacia sempre crescenti delle moderne tecniche di manipolazione genica lasciano ben sperare riguardo la possibilità di rendere questo batterio piú efficacie nella sua funzione, fondamentale per la salvaguardia degli ecosistemi.

Alessandro Rossi di ThinkBio